La perdita di biodiversità agroalimentare è la diminuzione della varietà di specie, razze, varietà coltivate e risorse genetiche utilizzate nell’agricoltura e nell’alimentazione. Non riguarda quindi solo la scomparsa di animali o piante selvatiche, ma anche la sostituzione di molte varietà locali con poche colture e razze selezionate per la produzione intensiva.
La produzione agroalimentare intensiva è la causa principale di perdita di biodiversità.
Un esempio è la diffusione globale di poche varietà di mais, riso, grano, pomodori o patate, a discapito di cultivar tradizionali adattate a specifici territori. Lo stesso fenomeno interessa gli animali allevati: molte razze locali vengono abbandonate perché meno produttive nel breve periodo rispetto a razze industriali.
Le cause principali sono:
- agricoltura intensiva e monocolture;
- selezione commerciale concentrata su poche varietà;
- uso eccessivo di pesticidi e fertilizzanti;
- cambiamenti climatici, siccità e nuove malattie;
- abbandono delle campagne e dei sistemi agricoli tradizionali;
- perdita delle conoscenze locali;
- trasformazione dei terreni e uniformazione dei sistemi alimentari;
- preferenza del mercato per prodotti standardizzati.
Le conseguenze sono importanti. Una riduzione della diversità genetica rende le colture più vulnerabili a epidemie, parassiti e cambiamenti climatici: se molte aziende coltivano la stessa varietà, una singola malattia può danneggiare vaste aree. Si perdono inoltre sapori, qualità nutrizionali, usi culturali e pratiche agricole tradizionali. Anche la sicurezza alimentare diminuisce, perché l’agricoltura dipende da un numero ristretto di specie e varietà.
I benefici della biodiversità
La biodiversità agroalimentare svolge invece funzioni fondamentali: alcune varietà tollerano meglio la siccità, altre i terreni poveri, il freddo o la salinità. Questa diversità costituisce una “riserva” per sviluppare colture più adatte alle condizioni future. Inoltre, sistemi agricoli diversificati possono favorire la fertilità del suolo, gli impollinatori e il controllo naturale dei parassiti.
Per contrastare la perdita di biodiversità si possono adottare diverse strategie:
- conservare semi e razze locali in banche genetiche e collezioni viventi;
- sostenere gli agricoltori che coltivano varietà tradizionali;
- creare reti di scambio e riproduzione dei semi;
- valorizzare i prodotti locali attraverso mercati, ristorazione e indicazioni geografiche;
- promuovere rotazioni, consociazioni e agroecologia;
- mantenere siepi, pascoli, boschi e altri elementi naturali nelle aziende;
- documentare e trasmettere le conoscenze delle comunità rurali;
- incoraggiare i consumatori a scegliere alimenti diversi e stagionali.
La conservazione non deve avvenire soltanto “fuori dal campo”, nelle banche del germoplasma: è essenziale anche la conservazione in situ, cioè mantenere le varietà vive negli ambienti in cui si sono adattate, continuando a coltivarle e consumarle. In questo modo la biodiversità rimane legata alle comunità, alle pratiche agricole e ai territori che l’hanno sviluppata.

Conclusione
In sintesi, proteggere la biodiversità agroalimentare significa difendere contemporaneamente sicurezza alimentare, resilienza climatica, cultura, economia locale e qualità della dieta. Non si tratta di rifiutare la produttività o la tecnologia, ma di evitare che l’efficienza a breve termine porti a una dipendenza eccessiva da poche risorse biologiche.
