Nel 2026 il mondo agricolo vivrà un momento storico: le Nazioni Unite, attraverso la FAO, hanno dichiarato questo anno come International Year of the Woman Farmer (IYWF 2026), cioè Anno internazionale della donna agricoltrice. L’obiettivo è riconoscere finalmente il ruolo fondamentale – e troppo spesso invisibile – che le donne svolgono nei sistemi agroalimentari globali.
Perché la FAO ha scelto proprio questo tema
Secondo la FAO, le donne sono pilastri essenziali dell’agricoltura mondiale: producono cibo, gestiscono aziende, custodiscono biodiversità, mantengono vive le tradizioni rurali e sostengono intere comunità. Eppure, nonostante questo contributo enorme, continuano a essere penalizzate da:
- minore accesso alla terra
- minore accesso al credito
- minori opportunità di formazione
- minore rappresentanza nei processi decisionali
- carichi di lavoro familiari e agricoli spesso sommati
L’Anno internazionale della donna agricoltrice nasce proprio per colmare questi divari e portare il tema al centro dell’agenda globale.
Gli obiettivi principali dell’iniziativa FAO
La FAO ha definito una serie di obiettivi strategici per il 2026:
1. Dare visibilità al lavoro delle donne nei sistemi agroalimentari
Molte attività svolte dalle donne non vengono riconosciute né retribuite adeguatamente.
2. Promuovere riforme e investimenti
La FAO sottolinea che ridurre il divario di genere in agricoltura potrebbe aumentare il PIL globale fino a 1.000 miliardi di dollari e migliorare la sicurezza alimentare per 45 milioni di persone.
3. Rafforzare empowerment e leadership femminile
L’obiettivo è aumentare la presenza delle donne nei ruoli decisionali delle filiere agroalimentari.
4. Migliorare l’accesso a terra, credito, tecnologie e formazione
Senza questi strumenti, la competitività femminile resta limitata.
5. Sensibilizzare governi e opinione pubblica
Il 2026 sarà un anno di campagne, eventi, programmi educativi e iniziative internazionali.
Il caso italiano: un settore già molto femminile
In Italia le aziende agricole guidate da donne sono oltre 200.000, pari a circa il 32% del totale — una percentuale superiore alla media europea. Le imprenditrici italiane si distinguono per:
- innovazione
- ostenibilità
- multifunzionalità (agriturismo, didattica, sociale)
- attenzione alla qualità e al territorio
Questi dati sono stati evidenziati anche da articoli che commentano il lancio dell’iniziativa FAO.
Perché il 2026 può essere un anno di svolta
Il riconoscimento della FAO non è solo simbolico: è un invito ai governi a cambiare le politiche agricole, investire nella formazione, sostenere l’imprenditoria femminile e ridurre le disuguaglianze strutturali.
L’Anno internazionale della donna agricoltrice vuole:
- accelerare la transizione verso sistemi alimentari più equi
- valorizzare il contributo femminile alla sostenibilità
- rafforzare la resilienza delle comunità rurali
- promuovere un’agricoltura più moderna, inclusiva e innovativa

Conclusioni
La proclamazione del 2026 come Anno internazionale della donna agricoltrice rappresenta molto più di una celebrazione simbolica: è un invito globale a riconoscere, valorizzare e sostenere il ruolo decisivo che le donne svolgono nei sistemi agroalimentari. La FAO, scegliendo questo tema, mette in evidenza una verità spesso ignorata: senza il contributo femminile, l’agricoltura mondiale non potrebbe garantire né sicurezza alimentare né sviluppo sostenibile.
Le donne, pur essendo protagoniste nella produzione, nella gestione delle aziende, nella tutela della biodiversità e nell’innovazione rurale, continuano a scontrarsi con ostacoli strutturali: accesso limitato alla terra, al credito, alla formazione e ai processi decisionali. Il 2026 diventa quindi un’occasione per trasformare queste criticità in priorità politiche, economiche e sociali.
Allo stesso tempo, l’anno internazionale offre l’opportunità di mettere in luce le straordinarie potenzialità dell’imprenditoria agricola femminile: dalla multifunzionalità all’agricoltura sostenibile, dal turismo rurale alla digitalizzazione delle aziende. Le donne sono spesso le prime a introdurre innovazioni, a costruire reti territoriali e a promuovere modelli di sviluppo più inclusivi e resilienti.
